Un giorno, un cane

“Disegni meravigliosi! … Un’opera d’arte assolutamente straordinaria” Maurice Sendak

 

“Un giorno, un cane” di Gabrielle Vincent è uno di quegli albi illustrati che lasciano il segno, uno di quegli albi illustrati che, accantonata la lingua scritta, parlano il linguaggio segreto delle emozioni; la lingua universale che è famigliare a chiunque, indipendentemente da età, sesso, nazionalità e… specie.

E non potrebbe essere altrimenti, visto che il protagonista della storia non possiede l’uso della parola… visto che questo protagonista non è nemmeno un essere umano, ma “un cane”.  E non un cane antropomorfo, metafora di un particolare comportamento o di una condizione umani. Solo un cane.

La storia racconta di un abbandono:  inizia con l’immagine in lontananza, da dietro, di una macchina. L’auto pare aver appena frenato nel mezzo di una strada deserta, forse di campagna. Il finestrino è abbassato e vi sporgono fuori due braccia, tese e senza scrupolo: hanno appena gettato fuori dalla macchina, nel nulla, un cane. L’auto riparte ed il cane inizia una corsa folle all’inseguimento di quei padroni che l’hanno appena abbandonato. Il cane è fiducioso per natura. Forse pensa si sia trattato di uno sbaglio! L’auto, però, non si ferma.

Mentre l’immagine disperata del cane si fa sempre più lontana all’orizzonte, l’autrice ci regala un fugace identikit degli umani che hanno appena commesso il fattaccio: si tratta di una famiglia come tante.

Il papà, al volante, scruta fuori dal finestrino per accertarsi di aver seminato l’animale, la madre sul sedile passeggeri guarda fugacemente il marito, interessata solo fino ad un certo punto a quanto sta accadendo. Si intravede appena il bambino seduto sul sedile posteriore. Non pare lamentarsi per la sorte del suo amico a quattro zampe: non fa nemmeno un gesto di protesta. 

Grazie a questa semplice immagine, Gabrielle Vincent ci fa subito intuire la storia dietro la storia: probabilmete i due amabili genitori, solo pochi mesi prima, avevano comprato un cucciolo vivace e paffutello per soddisfare un capriccio momentaneo del loro amato figlioletto. Ma ora il cane è cresciuto, ha una taglia ingombrante… le vacanze estive incombono… il bambino ha perso interesse per quello che si è rivelato essere un “giocattolo” troppo impegnativo… e così la famiglia ha deciso di sbarazzarsene.

Non importa che il cane li rincorra a perdifiato per pagine e pagine, quegli umani non l’hanno mia ritenuto parte della loro famiglia e non si faranno certo commuovere. Anzi! Ora sono sollevati, si sono tolti un peso, usciranno dalla narrazione e non ci pensaranno più.

E così il cane rimane da solo, su una strada indefinita. Per un po’ continua la ricerca di quello che riteneva il suo branco, ma la nuova strada è ricca di distrazioni: odori nuovi, rumori mai sentiti prima, tutte tentazioni a cui un cane non sa resistere e che lo fanno perdere.

Ed ecco che mentre l’allegra famigliola che ha abbandonato il cane, non pensa già più a lui, succede la tragedia: l’animale giunge su una nuova strada….e stavolta non si tratta di una strada deserta, ma di una trafficata. Il cane attraversa… un auto lo schiva, ma finisce contro un’altra auto! Il cane evita lo scontro, ma la paura gli impedisce di fuggire. Resta nei paraggi, con la coda tra le gambe ad osservare quanto sta accadendo. Nuove auto vengono coinvolte nell’incidente: è tutto un girotondo di persone urlanti, traffico congestionato, ferro contorto, soccorsi intrappolati, polizia, fiamme e sirene.

Prima di abbandonare la zona dell’incidente, il cane si volta verso lo spettatore, nella splendida illustrazione che viene ripresa anche in copertina. L’immagine ha un’incredibile forza comunicativa: il cane soffre, è spaventato e confuso, sembra sentirsi in colpa… ma non solo… guardando direttamente l’osservatore, supera la dimensione dell’immagine, raggiunge lo spettatore e lo accusa direttamente della tragedia avvenuta.

Ecco le conseguenze delle anzioni di una famiglia come tante, mamma, papà e bambino, che per capriccio ha comprato un cane e poi lo ha abbandonato.

L’avventura del protagonista prosegue, pian piano l’animale diventa sempre più solo, sempre più selvatico. Inizialmente cerca di richiamare l’attenzione degli umani che incontra, ma poi, pian piano, diventa più discreto. Non si avvicina più, si tiene alla larga.

Non si avvicna nemmeno al bambino che, verso la fine della storia, gli si para dinanzi in mezzo alla strada. Stavolta, però il cane non fugge, semplicemente aspetta.

E nemmeno il bambino fugge, si avvicina all’animale pian piano, senza fretta. Gli sorride, lascia che il cane lo studi. Poi, alla fine, il nostro protagonista, che non è tagliato per la solitudine ed è portato per natura a dare fiducia, appoggia il muso sul petto del bambino.

“Un giorno, un cane” è un albo straordinario, che si affida alla forza del bianco e nero ed alla dinamicità del disegno al tratto. quello utilizzato da Gabrielle Vincent in quest’iopera è, infatti, un tratto multiplo, non pulito, fatto di tante linee che sottolineano il movimento. Splendida la scelta di utilizzare disegni che richiamano “lo schizzo”: la forza comunicativa del non-finito accresce, infatti, l’efficacia del messaggio. Sembra davvero di seguire la storia da un punto di vista non comune, di immedesimarsi nel protagonista e di vedere la realtà in modo diverso.

Gabrielle Vincent, nome d’arte di Monique Martin, Bruxelles 1928-2000, è annoverata tra gli illustratori più importanti del XX secolo. Tra i titoli pubblicati in Italia: Il mio piccolo Babbo Natale (C’era una volta 1996), Ernesto è ammalato (Nord-Sud 2006), Un giorno, un cane (Gallucci 2011).

 

About fatinafaina

Appassionata di arte e letteratura, non può che andare pazza per quei libri che uniscono entrambe le sue passioni: i libri illustrati.
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