Un giorno, un cane

“Disegni meravigliosi! … Un’opera d’arte assolutamente straordinaria” Maurice Sendak

 

“Un giorno, un cane” di Gabrielle Vincent è uno di quegli albi illustrati che lasciano il segno, uno di quegli albi illustrati che, accantonata la lingua scritta, parlano il linguaggio segreto delle emozioni; la lingua universale che è famigliare a chiunque, indipendentemente da età, sesso, nazionalità e… specie.

E non potrebbe essere altrimenti, visto che il protagonista della storia non possiede l’uso della parola… visto che questo protagonista non è nemmeno un essere umano, ma “un cane”.  E non un cane antropomorfo, metafora di un particolare comportamento o di una condizione umani. Solo un cane.

La storia racconta di un abbandono:  inizia con l’immagine in lontananza, da dietro, di una macchina. L’auto pare aver appena frenato nel mezzo di una strada deserta, forse di campagna. Il finestrino è abbassato e vi sporgono fuori due braccia, tese e senza scrupolo: hanno appena gettato fuori dalla macchina, nel nulla, un cane. L’auto riparte ed il cane inizia una corsa folle all’inseguimento di quei padroni che l’hanno appena abbandonato. Il cane è fiducioso per natura. Forse pensa si sia trattato di uno sbaglio! L’auto, però, non si ferma.

Mentre l’immagine disperata del cane si fa sempre più lontana all’orizzonte, l’autrice ci regala un fugace identikit degli umani che hanno appena commesso il fattaccio: si tratta di una famiglia come tante.

Il papà, al volante, scruta fuori dal finestrino per accertarsi di aver seminato l’animale, la madre sul sedile passeggeri guarda fugacemente il marito, interessata solo fino ad un certo punto a quanto sta accadendo. Si intravede appena il bambino seduto sul sedile posteriore. Non pare lamentarsi per la sorte del suo amico a quattro zampe: non fa nemmeno un gesto di protesta. 

Grazie a questa semplice immagine, Gabrielle Vincent ci fa subito intuire la storia dietro la storia: probabilmete i due amabili genitori, solo pochi mesi prima, avevano comprato un cucciolo vivace e paffutello per soddisfare un capriccio momentaneo del loro amato figlioletto. Ma ora il cane è cresciuto, ha una taglia ingombrante… le vacanze estive incombono… il bambino ha perso interesse per quello che si è rivelato essere un “giocattolo” troppo impegnativo… e così la famiglia ha deciso di sbarazzarsene.

Non importa che il cane li rincorra a perdifiato per pagine e pagine, quegli umani non l’hanno mia ritenuto parte della loro famiglia e non si faranno certo commuovere. Anzi! Ora sono sollevati, si sono tolti un peso, usciranno dalla narrazione e non ci pensaranno più.

E così il cane rimane da solo, su una strada indefinita. Per un po’ continua la ricerca di quello che riteneva il suo branco, ma la nuova strada è ricca di distrazioni: odori nuovi, rumori mai sentiti prima, tutte tentazioni a cui un cane non sa resistere e che lo fanno perdere.

Ed ecco che mentre l’allegra famigliola che ha abbandonato il cane, non pensa già più a lui, succede la tragedia: l’animale giunge su una nuova strada….e stavolta non si tratta di una strada deserta, ma di una trafficata. Il cane attraversa… un auto lo schiva, ma finisce contro un’altra auto! Il cane evita lo scontro, ma la paura gli impedisce di fuggire. Resta nei paraggi, con la coda tra le gambe ad osservare quanto sta accadendo. Nuove auto vengono coinvolte nell’incidente: è tutto un girotondo di persone urlanti, traffico congestionato, ferro contorto, soccorsi intrappolati, polizia, fiamme e sirene.

Prima di abbandonare la zona dell’incidente, il cane si volta verso lo spettatore, nella splendida illustrazione che viene ripresa anche in copertina. L’immagine ha un’incredibile forza comunicativa: il cane soffre, è spaventato e confuso, sembra sentirsi in colpa… ma non solo… guardando direttamente l’osservatore, supera la dimensione dell’immagine, raggiunge lo spettatore e lo accusa direttamente della tragedia avvenuta.

Ecco le conseguenze delle anzioni di una famiglia come tante, mamma, papà e bambino, che per capriccio ha comprato un cane e poi lo ha abbandonato.

L’avventura del protagonista prosegue, pian piano l’animale diventa sempre più solo, sempre più selvatico. Inizialmente cerca di richiamare l’attenzione degli umani che incontra, ma poi, pian piano, diventa più discreto. Non si avvicina più, si tiene alla larga.

Non si avvicna nemmeno al bambino che, verso la fine della storia, gli si para dinanzi in mezzo alla strada. Stavolta, però il cane non fugge, semplicemente aspetta.

E nemmeno il bambino fugge, si avvicina all’animale pian piano, senza fretta. Gli sorride, lascia che il cane lo studi. Poi, alla fine, il nostro protagonista, che non è tagliato per la solitudine ed è portato per natura a dare fiducia, appoggia il muso sul petto del bambino.

“Un giorno, un cane” è un albo straordinario, che si affida alla forza del bianco e nero ed alla dinamicità del disegno al tratto. quello utilizzato da Gabrielle Vincent in quest’iopera è, infatti, un tratto multiplo, non pulito, fatto di tante linee che sottolineano il movimento. Splendida la scelta di utilizzare disegni che richiamano “lo schizzo”: la forza comunicativa del non-finito accresce, infatti, l’efficacia del messaggio. Sembra davvero di seguire la storia da un punto di vista non comune, di immedesimarsi nel protagonista e di vedere la realtà in modo diverso.

Gabrielle Vincent, nome d’arte di Monique Martin, Bruxelles 1928-2000, è annoverata tra gli illustratori più importanti del XX secolo. Tra i titoli pubblicati in Italia: Il mio piccolo Babbo Natale (C’era una volta 1996), Ernesto è ammalato (Nord-Sud 2006), Un giorno, un cane (Gallucci 2011).

 

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Rebecca Dautremer

Rebecca Dautremer nasce a Gap nel sud della Francia nel 1971. Appassionata di disegno e fotografia, conduce gli studi artistici a Parigi, dimostrando fin da subito un incredibile talento. Brava e originale al punto da diventare, in breve tempo, una degli illustratori francesi più interessanti ed apprezzati, non solo del panorama della letteratura per l’infanzia. Lavora, infatti, anche nell’ambito della moda. Ha, ad esempio, collaborato con grandi firme, come Kenzo, grazie al suo stile in grado di colpire anche un pubblico adulto.

Si tratta di un’illustratrice incredibile, che riesce a gestire a meraviglia la struttura delle tavole, mai noiose e sempre interessanti e padroneggia senza esitazione disegno, colorazione ed impaginazione del libro.

Tratto distintivo di molti suoi albi illustrati è appunto “l’impaginazione” che alterna splendide tavole a colori, traboccanti di particolari, e pagine dalla struttura minimale, solo apparentemente più semplici, con pulitissimi disegni al tratto. Caratteristica che si può osservare, ad esempio, in tre grandi opere come “Principesse”, “Pollicino” ed “Alice”. Libri, questi tre, uno più splendido dell’altro! 

La scelta di alternare illustrazioni e disegni al tratto le permette di non appesantire la lettura, garantendo all’occhio ed alla mente un breve attimo di respiro tra un’immagine a colori e l’altra, tutte di una intensissima forza cromatica.  Il colore, infatti, è pastoso, quasi in rilievo; dominano inoltre i colori accesi, specialmente i rossi che hanno un intenso impatto emotivo sull’osservatore. In ogni caso, anche anche nelle immagini a toni freddi, la Dautremer riesce comunque a donare pastosità ai colori ed, all’illustrazione in generale, un’indiscutibile forza comunicatrice.

Le tavole della Dautremer rivelano un accurato studio della struttura dell’immagine. E’ impossibile, infatti, negare l’abilità di quest’autrice nell’uso della prospettiva e delle tecniche sia tradizionali che digitali. 

http://www.youtube.com/watch?v=1NYXAePq980

Gli sfondi, ad esempio, lasciano a bocca aperta: perfetti, sempre funzionali alla narrazione, sia che si tratti di elaboratissimi scenari, che di semplici sfondi cromatici atti a concentrare l’attenzione del lettore sui personaggi e le loro sensazioni.

I personaggi rivelano uno spirito fatto di ironia, riflessione e malinconia; hanno tratti che richiamano l’oriente o l’esotico, fisionomie perfette per un’atmosfera da fiaba senza tempo. I loro corpi sono spesso distorti, arrotondati o allungati, a volte quasi risucchiati nello schema prospettico dell’immagine. La Dautremer ama vestire le sue figure con abiti sfarzosi, pieni di svolazzi e ricami ed anche in questo caso è forte il richiamo all’Oriente.

In definitiva, il lavoro di quest’autrice potrebbe essere riassunto… o forse no… nel suo motto personale: “Colori caldi e tratto deciso”.

http://www.rebeccadautremer.com/

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LISBETH ZWERGER

Sento che le fiabe tradizionali hanno più capacità evocativa per me. Illustrare i classici, o meglio re-illustrarli nella maggior parte dei casi, significa offrire qualcosa di sorprendente e familiare allo stesso tempo, originalità e tradizione. La difficoltà sta nell’evitare di sconcertare il pubblico con immagini e creazioni difficili da riferire a un testo così noto e amato e allo stesso tempo di realizzare un progetto illustrato che mi piaccia e mi diverta. Il metodo che ho adottato è quello di concentrarmi sul testo e di liberarmi subito della prima idea che mi salta in mente perché spesso è la più banale.” Lisbeth Zwerger

L’artista austriaca Lisbeth Zwerger può essere inserita, senza alcun dubbio, nell’Olimpo degli illustratori più famosi, pluripremiati e maggiormente imitati del panorama internazionale. Nasce a Vienna nel 1954 e dopo gli studi artistici si dedica all’illustrazione per l’infanzia. Il suo stile, a cui si ispirano moltissimi altri disegnatori, può essere associato a quello degli illustratori inglesi del diciannovesimo secolo, soprattutto per la delicatezza delle figure e per l’atmosfera da sogno che pervade le sue immagini.

I suoi acquerelli, delicati e poetici, si sposano alla perfezione con le fiabe tradizionali ed i grandi classici della letteratura, campi in cui la Zwerger da appunto il meglio di sé. 

Memorabili il suo Alice nel paese delle meraviglie, il suo Mago di Oz e le sue illustrazioni delle fiabe dei Grimm, una più bella dell’altra. 

I lavori della Zwerger sono intrisi di una magia senza tempo. Le figure sono leggiadre e malinconiche, spesso evanescenti; i personaggi si muovono in un universo dai contorni sfumati, perfetta trasposizione su carta del mondo del fantastico.

In conclusione della Zwerger si può solo affermare che sia un’autrice imperdibile per chi ama l’illustrazione.

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FILOSOFIA ILLUSTRATA, i libri di Oscar Brenifier e Jacques Després

La FILOSOFIA è una faccenda da bambini?

La parola deriva dal greco e significa: “amore per la sapienza”.

Filosofo, quindi, è colui che ama la sapienza, che ha sete di sapere, la cui mente spara a raffica una serie di domande, che spesso e volentieri, fanno nascere altre domande.

Perché? Come mai? Cosa significa? Domande su domande.

Ed è proprio in quest’ottica che si potrebbe affermare che non esistono filosofi migliori dei bambini! Nessuno è più abile di loro nel porre domande, a volte davvero spiazzanti. Si inizia fin da piccoli ad interrogarsi sul mondo, e forse facendolo in modo molto più assiduo che da adulti. I libri illustrati di Oscar Brenifier e Jacques Després sono un ottimo esempio di quanto sia bello discutere di filosofia a qualsiasi età. “Il libro dei grandi contrari filosofici”, “Il libro dell’amore e dell’amicizia”, “Il senso della vita”, “Il libro dei contrari psicologici” sono libri preziosi che aiutano a pensare e riescono a trasformare le idee in immagini efficaci, poetiche e divertenti.

Oscar Brenifier e Jacques Despres, entrambi francesi, si completano alla perfezione, l’uno scrivendo testi di grande immediatezza, anche trattando temi complessi, il secondo creando immagini che non solo accompagnano i concetti, ma li ampliano.

Brenifierè filosofo e tiene corsi per adulti e bambini. Ha scritto numerosi libri, tra cui alcuni fortunatissimi albi per l’infanzia.

Jacques Despres è un illustratore con un passato da scultore, passato che emerge prepotentemente dalle sue illustrazioni, realizzate in un eccellente 3D. I personaggi di Despres, seppur deliziosamente stilizzati, sono corporei e definiti. La composizione dell’immagine è equilibrata e gli spazi, anche se minimali, risultano studiati e funzionali. Le sue immagini hanno una forza espressiva che dona qualcosa in più ai già importanti temi trattati dallo scrittore e danno vita alle idee.

www.jacquesdespres.eu

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Anthony Browne

ANTHONY BROWNE

Anthony Browne inizia la sua carriera di illustratore in modo assai inusuale: lavorando come “illustratore medico” per l’Ospedale Reale di Manchester. Un inizio originale per un autore altrettanto unico! Questo tipo di lavoro gli è molto utile: gli consente di studiare la realtà, rafforzare il disegno e concentrare l’attenzione sul particolare, tutti punti di forza della sua arte.

Dopo quest’esperienza passa all’illustrazione di cartoline, attività che lo tiene occupato per anni e che gli permette di sperimentare vari generi e stili. Da qui sbarca infine nel mondo dell’editoria, raggiungendo la maturità artistica. La sua carriera a questo punto non è che un continuo crescendo: si afferma come uno degli autori più importanti e maggiormente premiati del panorama inglese e internazionale, regalando ai lettori (piccoli e grandi) libri imperdibili del calibro di “GORILLA”, “ZOO”, “INTO THE FOREST”,  “Through the Magic Mirror”, i libri della scimmietta “WILLY” e molti altri.

Dal punto di vista stilistico, Anthony Browne è unico ed inconfondibile! Egli, infatti, è in grado di miscelare ad uno stile realistico, dettagliato e di massima precisione grafica, elementi grotteschi o più giocosi. Le figure umane o animali, infatti, pur essendo realistiche e precise, hanno sempre qualcosa di “strano”, che le fa sconfinare nel mondo del surreale, un elemento magico che le anima e le rende vive.

Il bellissimo scimpanzè che guarda lo spettatore attraverso le sbarre dello zoo in “Gorilla”, ad esempio, è indubbiamente ricco di vita. E’ una figura pensante che induce il lettore a pensare a sua volta.

Le illustrazioni di Anthony Browne, in ogni caso, sorprendono sempre per la loro bellezza, sia visiva che evocativa: sono un perfetto mix di realtà e immaginazione!

Il suo uso del colore è elegante e ben dosato e dona al suo lavoro un’impronta onirica ed a tratti malinconica. In “Gorilla”, ad esempio, i colori non solo creano l’atmosfera, ma trasmettono i sentimenti dei protagonisti. In questo modo, utilizzando in modo sapiente i toni freddi ed i toni caldi, Athony Browne non ha bisogno di grandi stratagemmi visivi per permettere al lettore di comprendere cosa stanno provando i personaggi e come sta evolvendo la storia. Tutto avviene in modo naturale.

Le sue immagini in bianco e nero, poi, catturano l’osservatore grazie alla loro incredibile forza espressiva. E’ il caso di “Into the forest”, dove le illustrazioni, realizzate in prevalenza attraverso l’uso del bianco e nero, narrano storie all’interno di storie, celano con sapienza indizi misteriosi che potrebbero spalancare le porte su differenti interpretazioni ed inducono il lettore a rileggere più e più volte il racconto.

Dopo aver letto un libro di Anthony Browne,  infatti, si ha sempre la sensazione di aver tralasciato qualcosa e che solo attraverso una seconda o una terza lettura sia possibile andare in profondità nella narrazione.

Insomma un autore sorprendente!

“I hope to encourage more children to discover and love reading, but I want to focus particularly on the appreciation of picture books, and the reading of both pictures and words. Picture books are for everybody at any age, not books to be left behind as we grow older. The best ones leave a tantalising gap between the pictures and the words, a gap that is filled by the reader’s imagination, adding so much to the excitement of reading a book.”
Anthony Browne

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Un leone in biblioteca

“Hic sunt leones”

Le biblioteche, si sa, sono posti bizzarri e nella loro carriera i bibliotecari ne hanno viste di tutti i colori, perciò nulla di strano se un giorno l’ingresso viene varcato niente popo di meno che da un… leone.

Eccolo qui, nello splendido libro di Michelle Knudsen e Kevin Hawkes: fiero e curioso, che con passo felpato attraversa i corridoi, snobba i richiemi degli assistenti bibliotecari, annusa i libri ed infine si va a fare un bel sonnellino nell’angolo più accogliente di tutti, quello destinato alla lettura delle storie. Sembra incredibilmente a suo agio!

All’inizio il rigido staff-bibliotecario è perplesso: non ci sono regole che parlino di leoni in biblioteca! Come fare per gestire una simile belva senza uno straccio di linea guida? Cacciarlo? La capo-bibliotecaria, la signorina Brontolini, non ci pensa proprio!

“C’è un leone!” replicò il signor Magretti “Qui in biblioteca!”

“Ha infranto qualche regola?” s’informò la signorina Brontolini. Era molto severa su questo argomento.

“Beh… no…” rispose il signor Magretti, “non proprio…”

“Allora lasciatelo in pace.”

Il messaggio che ne deriva si affaccia con insistenza tra le righe: la biblioteca (e più in generale la lettura) è di tutti, anche dei personaggi apparentemente più fouriluogo. Può stare un leone in biblioteca? Beh perchè no, se si comporta bene!

Il leone, giorno per giorno, torna in biblioteca; è interessato soprattutto alla lettura delle storie. Pian piano, però, si appassiona anche ad altro e ben presto diventa, per la signorina Brontolini, un assistente insostituibile. Quello del belllissimo leone  di Knudsen e Hawkes è il vero e proprio “iter del lettore”: si inizia da bambini, con qualcun altro che legge per noi, poi ci si affaccia timidamente ai libri ed infine si diventa esperti quasi quanto il bibliotecario… o forse di più.

“Un leone in biblioteca” è un libro che con semplicità riesce a mostrare l’essenza stessa delle biblioteche, indagandone tutti gli aspetti e le funzioni: ci sono i libri ovviamente, gli spazi per i bambini, il banco prestito, gli uffici, la zona multimediale e le stanze di lettura; ci sono i lettori, piccoli e grandi, ed i bibliotecari, affaccendati nelle loro attività… ed infine ci sono i rapporti tra le persone (e perchè no, tra persone e animali!).

Inizialmente, infatti, il leone, l’elemento insolito, viene guardato con perplessità dai frequentatori abituali della biblioteca… ma pian piano egli conquista le loro simpatie, fino a diventare indispensabile!

“La gente in biblioteca continuava a guardare al di sopra dei libri e degli schermi dei computer, sperando di vedere entrare un familiare muso peloso. Ma il leone non si fece vedere…”

Meraviglioso anche il rapporto tra l’arcigna signora Brontolini ed il soffice leone, che porterà ad una fine davvero commuovente!

I disegni di Kevin Hawkes sono in perfetta armonia con la storia ed il personaggio del leone, seppure quasi realistico e non “umanizzato”, è incredibilmente espressivo. La nobile fiera non viene “snaturata” e mantiene per tutto il libro la sua “dignità animalesca”. Il tratto morbido è un piacere per gli occhi ed i colori soffusi creano un’atmosfera luminosa, tra la realtà e la favola, le due dimensioni su cui si muove con abilità il racconto.

In definitiva un libro perfetto per chi vuole avvicinarsi al mondo della biblioteca… ma che strapperò un sorriso anche a chi già lo conosce.

TIGER, tiger, burning bright  
In the forests of the night,  
What immortal hand or eye  
Could frame thy fearful symmetry?

(William Blake)

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La storia del Grande Pollo Cattivo

“”Molto, moltissimo tempo fa, tanto da non potersi dire, i polli avevano i denti mentre i lupi erano sdentati come bebè.”

Così inizia il divertentissimo libro illustrato “La storia del grande pollo cattivo” di Anne Jonas ed Emile Jadoul, edito da Nord-Sud edizioni. Un libro consigliatissimo per bambini dai quattro anni in poi, con personaggi irresistibili ed una storia originale, semplice e dai risvolti inaspettati. 

Protagonista assoluto, nonchè ammaliante antagonista, del racconto è lui: il fantomatico, “terrorizantante e orrendoso” Stridor-di-denti, il Grande Pollo Cattivo. Eccolo nelle prime tavole: tronfio e altero che, pavoneggiandosi, fa sfoggio dei suoi denti acuminati, in un bosco dai colori freddi, invernali, che sembra non promettere nulla di buono. Il Grande Pollo Cattivo è spietato, un predatore implacabile e furbo, sempre affamato. Ne sa qualcosa il povero lupo, spelacchiato e sdentato re del bosco, che è sfuggito al mefistofelico Pollo per un pelo, rimediando una bel morso sul posteriore.

“Questa non è vita!” dice il lupo e gli altri abitanti del bosco concordano con lui.  E siccome l’esperienza insegna che l’unione fa la forza, gli animali si riuniscono in consiglio, ovviamente a notte fonda, ed elaborano un piano per liberarsi del pennuto flagello. Il piano va a buon fine: lupo, coniglio, porcello e topolino riescono a rubare i denti al pollo, che resta grande e cattivo, ma innocuo. Tutto sembra essere andato a buon fine… peccato solo che il lupo, tanto per fare, decida di provarsi la fantastica dentatura aguzza un tempo appartenuta al pollo… e che si trovi così affascinante da decidere di tenerla!

Una storia esilarante con uno stile di disegno semplice ma accattivante. La scelta dei colori freddi conferisce al tutto una divertentissima atmosfera “horror”. Le tavole, inoltre, hanno un sapore antico da “leggenda”. Il libro, infatti, fa rimbalzare nella mente del lettore echi lontani: tanto tempo fa, prima che i mammiferi prendeseero il controllo del mondo, era qualcun altro il più temibile…

“La storia del Grande Pollo Cattivo” vuole fare riflettere, in modo divertente e per nulla banale, sugli stereotipi del bene e del male: l’indiscusso cattivo delle fiabe, il lupo, qui viene inizialmente presentato come una vittima, innocente ed indifesa, mentre il pollo, comunemente ritenuto innocuo, e pure un po’ tonto, veste i panni dell’implacabile malvagio.

Molto interessante anche la conclusione del libro: la storia non finisce con la sconfitta dell’antagonista, ma con il lupo che provandosi i denti del Pollo, inizialmente solo per curiosità, poi per vanità, si traforma in qualcosa di diverso, diventando il nuovo flagello del bosco.

Nascosto tra le righe di questa originalissima storia, c’è forse un ammonimento? Un non tanto velato accenno alla indubbia seduzione del male? Oppure un invito a stare attenti a ciò che potrebbe succedere a chi desidera vestire i panni degli altri…

“È un mostro orrendo, che ha attraversato il mare, è feroce ed è carnivoro…” (Dinosauri, Walt Disney)

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Oltre l’albero…

“Oltre l’albero” è il titolo, sibillino e accattivante, del libro della straordinaria illustratrice belga Mandana Sadat, edito da Artebambini.

In copertina troviamo il profilo contorto e rugoso di una vecchietta (forse una strega?), che guarda il lettore di sbieco e, sorridendo, socchiude le labbra nell’atto del parlare, o meglio, del “narrare”. A rafforzare questa sensazione c’è l’espediende grafico del titolo: le parole sembrano uscire direttamente dalla bocca dell’anziana signora, come in un fumetto. Il titolo inoltre si incurva verso l’alto, alludendo ad un climax crescente, e finisce in tre puntini di sospesione che spingono il lettore ad aprire il libro con una certa aspettativa ed una curiosità speziata di timore.

Subito si rimane spiazzati dinanzi alla differenza stilistica tra la copertina e le prime pagine: il volto dell’anziana narratrice, infatti, è molto lavorato e ricco di dettagli, mentre la foresta e la bambina, protagonisti delle pagine iniziali, sono poco più di un semplice segno grafico. Questa differenza stilistica diventa più marcata procedendo nella lettura: la bambina, esile e leggera come una traccia di matita, si trova dinanzi ad una casetta, la cui finestra è colorata di giallo, con la stessa tecnica coloristica della copertina. Ed al di là della finestra la meravigliosa immagine a mezzo busto della nostra vecchina: una tavola che occupa le pagine centrali, scura, travagliata, con pesanti masse di colore graffiato, sofferto e quasi appiccicoso. La vecchia strega è assorta in un concentrato silenzio: sta meditando, in compagnia della sua ombra oscura, ingobbita e con gli occhi chiusi, le mani artigliate strette l’una all’altra e le labbra serrate in un’espressione che pare precedere un urlo. Ci si aspetterebbe una risata malefica voltando pagina!

La bambina, sottile, indifesa e frivola, resta chiaramente sconvolta da tanta intensità e fugge a nascondersi dietro un albero esile quanto lei. La fuga è però inutile: è chiaro che la bambina non è sfuggita alla vigile strega. La donna esce di casa ed incombe sulla piccola, ma non l’aggredisce; si siede dall’altro lato dell’albero ed ancora si rinchiude nel suo silenzio. Improvvisamente però apre gli occhi e le labbra e pronuncia le parole magiche: “c’era una volta…”

C’è una forza ancestrale in questa frase e da essa prende forma la figura di un drago. La creatura attira l’attenzione della bambina e la invita a giocare, invito che lei non si lascia certo sfuggire! Le pagine che seguono sono gioiose e poetiche. Alla fine la strega socchiude di nuovo le labbra ed il drago scompare.

La storia si conclude nella commovente tavola finale con la strega e la bambina sedute vicine, che si guardano e si sorridono. Le gote della bambina, fino ad ora rappresentata in bianco e nero, hanno acquistato una nota di colore e sono rosse, quasi la piccola si fosse arricchita di un qualcosa.

“Oltre l’albero” ha indubbiamente molteplici significati: è un racconto sulla paura, sull’incontro, la crescita e soprattutto sulla forza della narrazione. L’immagine della strega è un concentrato di energia creativa pronta ad esplodere! Un vero e proprio calderone di storie! E la bambina, così semplice e “immatura” è il ricettacolo perfetto per queste ultime.

“Oltre l’albero” è un racconto sul raccontare: il raccontare oltrepassa le differenze, stabilisce un legame, abbatte la paura e permette all’affetto di mettere radici.

 “Quando l’immagine di un adulto che legge a un bambino scende dalla mente al cuore scatena un flusso di ricordi inarrestabile e porta in superficie una ricchezza che non sapevamo di possedere ma che ci ha accompagnato per tutta la vita, rendendocela probabilmente migliore.” (Rita Valentino Merletti) www.ritavalentino.it

“Quel che abbiamo letto di più bello lo dobbiamo quasi sempre ad una persona cara.” (Daniel Pennac)

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Un leone a Parigi

“Era un grande leone. Un leone giovane, curioso e solitario. Nella sua savana si annoiava molto. Così un giorno partì in cerca di un lavoro, un amore e un avvenire.”

Con questo incipit, insolito essendo riferito ad un leone, si apre il libro illustrato “Un leone a Parigi” di Beatrice Alemagna, autrice poetica e visionaria, maestra del collage e vincitrice di prestigiosi premi.

Il libro è dedicato al cosidetto “Leone di Belfort”, la scultura di Frédéric Bartholdi, che dal 1880 domina la Piazza Denfert-Rochereau, uno dei simboli della capitale francese.  Ma che cosa ci fa un leone a Parigi?

Un grande animale selvaggio, del colore caldo della terra, non è fuori posto in una città fredda, forse un po’ snob, eterogenea e magnificamente malinconica come Parigi?

L’autrice cerca di dare una risposta a questa domanda, ripercorrendo il viaggio del re della savana, dall’Africa fino a questa grande città Europea. E la forza della storia sta appunto nel contrasto tra i suoi due protagonisti: il leone, in cui è impossibile per il lettore non identificarsi, e Parigi, che rappresenta “l’altro”, l’ignoto, il desiderio. Già dalle prime righe il leone ci è vicino: un leone giovane e solitario, alla ricerca di qualcosa, come qualsiasi essere umano sulla Terra. Il giovane leone, che nella savana doveva sentirsi sicuro e fiero, spavaldo ed ambizioso, dinanzi a Parigi si sente piccolo, impaurito e confuso. Nessuno sembra notarlo, nessuno bada a lui.

Bellissima questa parte in cui i passanti non si accorgono di avere un leone che cammina al loro fianco e che prende addirittura la metropolitana. E’ forse prerogatriva dei cittadini non stupirsi più di nulla? Oppure semplicemente non riescono a vedere più in là dei loro nasi? Forse travolti dalla routine, non si rendono conto delle cose meravigliose che stanno accadendo?

L’essere ignorato rende triste il povero leone: come tutti i giovani, vorrebbe rivoluzionare il Mondo, essere al centro dell’attenzione. Ripensa alla sua savana e prova nostalgia, si domanda cosa ci faccia in un paese straniero.

Poi finalmente fa degli incontri che lo aiutano ad ambientarsi.

Il primo incontro avviene con la Senna: “Il leone camminò lungo un fiume, un fiume che tagliava in due la città ed il fiume gli sorrise come uno specchio”. Il primo incontro è quindi con qualcosa di famigliare, un elemento naturale affine al nostro protagonista. Nella città sconosciuta, il leone trova qualcosa che gli somiglia e che può comprendere.

Il secondo incontro, bellissimo, è con la Gioconda: “Finalmente una ragazza lo notò, e lo seguì col suo sguardo tenero, per un lungo istante”. Il secondo incontro, quindi, è con l’arte, patrimonio universale che appartiene a chiunque.

Il terzo incontro, infine, è con un’anziana signora parigina,  che con semplicità rivolge la parola al leone, facendolo sentire finalmente accettato, finalmente “al suo posto”.

Beatrice Alemagna non poteva raccontare meglio di così ciò che provano i viaggiatori!

“La città, che al mattino gli era parsa così spaventosa, così grigia, ora sembrava sorridergli da tutte le finestre.”

“Mi sono chiesta perchè mai quel leone sia così amato dai parigini. Credo sia per quell’aria felice, là dove si trova” (Beatrice Alemagna)

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Ombra


“Ombra” è l’evocativo titolo dell’ultimo libro illustrato, pubblicato da Corraini edizioni, della talentuosa e pluripremiata artista coreana Suzy Lee. Come sempre, gli illustratori orientali si distiguono per quella loro incredibile e peculiare semplicità del segno, che è possibile raggiungere solo grazie alla famigliarità con il disegno, alla riflessione ed al minuzioso studio della pagina. I bambini dai quattro anni non avranno problemi a comprendere quest’opera, che sicuramente farà arrovellare il cervello di molti adulti.

Prediligendo, ancora una volta, il bianco e nero, macchiato solo qua e là da spruzzi di colore giallo, Suzy Lee riesce a mettere sulla carta il mondo dell’infanzia, catturandone non solo il lato luminoso, la purezza e l’innocenza, ma anche l’immancabile doppio, il “Dark Side”, con il suo alone di inquietudine e paura. Anche il verso orizzontale di lettura della storia e la struttura del libro, che alterna una pagina sul mondo reale ed una su quello dell’ombra, come in uno specchio, rafforza le intenzioni dell’autrice. D’altra parte il “doppio” è uno dei temi più cari a Suzy e la duttilità dell'”ombra” sipresta meravigliosamente al suo gioco.

Chiunque, almeno una volta, si è cimentato nell’antica pratica di giocare con le ombre o, in ogni caso,  è caduto vittima del fascino  dell’ombra o dell’oscurità in generale. La protagonista del libro di Suzy Lee è una bambina che, appunto, nell’affascinante contesto di un garage o di una cantina, non fa altro che giocare con la sua ombra proiettata forse su un muro o sul pavimento. I giochi dei bambini, però, sono una cosa seria e ben presto il mondo deliziosamente oscuro a cui la piccola protagonista da vita con l’immaginazione, prende il sopravvento, fino a mischiarsi con la realtà per arrivare addirittura a dominarla.

Suzy Lee ha un’incredibile capacità nel gestire la struttura delle pagine e, quasi fosse uno scherzo da ragazzi, riesce a fare immergere il lettore nella nuova realtà della piccola protagonista, rendendolo partecipe del girotondo incantato di ombrosi lupi, sfuggenti conigli, minacciosi coccodrilli, principesse danzanti ed amichevoli elefanti. E quasi dispiace, quando al culmine del gioco, il velo magico viene squarciato dalla voce tonante della madre, che grida: “E’ pronta la cena!”, unico testo scritto nell’intero libro, quasi a volerci dire che la parola scritta è prerogativa del mondo adulto e che ai bambini in fondo non serve.

Bellissimo l’uso del giallo, opposto al bianco e nero, come la luce è opposta al buio. Già in copertina si nota la presenza di questo magico colore, che come sottolineava Kandisky è il colore del sole, che si espande e ci ingloba: è il vestito della bambina ad essere giallo, ovvero è lei la portatrice della luce, è solo lei che può dare vita all’Ombra. Scorrendo le pagine, colpisce poi, la scelta di Lee di riempire di giallo le pagine, non del “mondo reale” ma del mondo immaginario delle Ombre. Ciò che forse l’artista ci vuole dire è che è impossibile scindere la luce dall’ombra? Che l’ombra vive grazie alla luce? E che quindi, chi gioca con le ombre, in fondo non fa altro che giocare con la luce.

“Una persona spesso finisce con l’assomigliare alla sua ombra.” Rudyan Kipling

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